giovedì 8 gennaio 2015

DE LE MORTI IN REGNO DI FRANCIA


Giugne da Parisli notitia di due huomini, o forse sarebbero da definir bestie, se non s'avesse rispetto per li altri viventi creati dall'Onnipotente, ch'avrebbero acciso dodici inermi.
Pur è vero, che quegli che fu vittima più nota dell'accisione, non fu forse totalmente scevro di colpe. Irridere in guisa tanto vulgare et oscena alla religione, tanto quella confessata in terre maommettane quanto quella confessata in occidente o altrove, non è cosa di cui andar fieri.
Ma men fieri si può andare d'un atto d'aggressione tanto vile. Non si trova né coraggio né ideale né strategia alcuna nell'andar ben armati et a capo coverto a trucidar di sorpresa genti disarmate, e dipoi fuggire come topi o ratti per ascondersi. 
Esso è semmai cosa di cui vergognarsi, innanti a Dio e innanti all'huomini.
Allah è davvero Il Forte, Il Degno di Lode, Il Glorioso, Il Grande. Son molti che millantano di servirLo, o Lo offendono, a essere deboli, degni di biasimo, senza gloria alcuna, e men di minimi. 
V'è forse una morale, in questo terribile avvenimento: anche far li caciari ha un prezzo, riscosso per mezzo d'altri caciari. Dantescamente. L'esaltattione dello ateismo non porta a migliori frutti dello fanatismo religioso. Niuna delle due ha portato a Virtù e men che meno a Pace. Ma solo ancor più grande divisione et morte.


venerdì 13 giugno 2014

DE' FALSI IMMORTALI, ET DELLI VERI


Da sempre si narran leggende sull'immortali. Homini alli quali si dee staccar la testa affinché siano accisi, e che altrimenti campan mill'antanni e più, o mai muoion.
Ebbene, vi son invero due specie d'immortali: li falsi et li veri, che stan d'una parte e dall'Altra dell'Eserciti in Guerra.
Gli uni son avidi et accumulano ricchezze su ricchezze, pensando d'averne assai bisogno per la lor longhissima infinita vita. Non si curano punto del prossimo, né dell'orfano o della vedova, ché tutti son spregevoli all'occhi loro d'immortali. Non si dan nemmen minimo interesse per ciò che li circonda, alberi et piante et animali, giacché loro, immortali qual sono, non abbisognano d'essi, giacché camperebbero egualmente. Hanno armature di ferro ricche di gemme, per ostentar lor bellezza et forza, forgiate da vili fabbri che leccan loro i piedi, e si fingono amici, per aver qualche briciola da lor desco. Posseggono castella turritissime, per tener al sicuro da' ladri lor ori et argenti.
L'altri, son li veri. Non accumulano soldi et danari, giacché, si domandano, innanzi all'Eternità che son mai li danari? Sin dan pensiero per tutti l'altri, financo il più piccolo de' fratelli, ché ben terribile sarebbe il tempo sulla terra sanza Amici. Amano altresì ciò che l'Iddio ha posto intorno a loro, nella Creazione, perché ne senton responsabilità, loro che ivi son stati posti fin dalle Fondamenta del Mondo per vivere, et loro Antenati han dato un nome ad ogni cosa. Non portano armature fatte da mano d'uomo, ma Quella Lucente della Fede. Non abbisognano nemmanco di fortificazioni enormi, ché lor Tesori stanno al Sicuro guardati dall'Angeli Guardiani.
Si.. dicono perciò in parte il vero le leggende. Alli immortali, quelli falsi, si dovrebbe staccar il capo dal corpo, affinché moiano, giacché non han core. Ma invero basta attender che venga la lor ora, et rinvengano, un attimo prima del trapasso, da lor illusione... s'accorgeranno allor, troppo tardi forse, che non son immortali e mai lo son stati, e che a nulla è valso il danaro, le castella, l'avidità, lo offendere il prossimo et lo schiacciar lo debole.. S'accorgeranno che l'Immortalità, quella Vera, che invero anche a lor era stata Donata, gl'è sfuggita dalle dita...
L'altri Immortali, quelli veri, han l'Eternità in Dono dall'Altissimo Onnipotente, pel mezzo del Suo Figlio, e nessun nimico può nulla contra. Essi han infatti Vita Eterna financo col capo mozzato.


sabato 19 aprile 2014

LE PALUDI DELLA TRISTEZZA


Non v'è Cavaliere che non abbia dovuto attraversare almeno una volta le Paludi della Tristezza nel suo errare. Una vecchia storia, non si sa quanto veritiera, narra che vi capitarono persino gl'Apostoli, e che a un albero d'esse sarebbe ancor appeso impiccato quel che resta dello scheletro di Giuda il traditore. S'avventurarono colà alcuni de' Cavalieri d'Artù, poi Cristiano e Grancuore, e il giovane Guerriero Atreyu vi perse addirittura il suo bel destriero Artax.
S'aggirano per le paludi fantasmi che recano ricordi di sconfitte, e mostri di varie specie con grandi unghie che ghermiscono l'animo, et altri simili a ragni giganteschi che intrappolano le lor vittime in una tela, per non più farli fuggire. In esse si può perdere qualsiasi cosa del Bagaglio o della Vestizione o dell'Armi, e fortissimo è il senso d'abbandono, di scoramento, di fatica nell'incedere.
Non pochi v'hanno trovato la morte, non si può nascondere, e molti son quelli c'hanno perso nel fango una parte de' lor Ideali.
Nel bel mezzo degli acquitrini melmosi cresce il Fiore delle False Speranze che, meraviglioso a vedersi di lontano, è l'unica fonte di colori in queste tetre lande grigie, et emette una flebile fluorescenza. Ma appena il viandante s'avvicina ad esso e tenta di coglierlo, il fiore, in un momento, appassisce e si frantuma. I suoi resti marci vanno ad accrescere il pantano delle paludi et altri fuochi fatui. Tanto più terribile questa cattiva pianta, giacché il viandante per raggiungerla potrebbe perder la Strada Maestra che lo porterebbe fuori dalle Paludi.
Il Cavaliere non deve scoraggiarsi, ma tener ben stretto il borsello degli Ideali, e appoggiarsi di continuo alla sua Spada, come a un bastone, per non sprofondare. Quand'anche le nebbie sembrino sopraffarlo, attutiscano la voce, e par che nessuno possa udirlo, il Cavalier che voglia salvarsi et uscire dalle melme maleodoranti, continua a sgranare e recitare il suo Rosario, ostinatamente. Se anche la Fede vacillasse, egli continua almeno per Marzial Disciplina. Si ricorda invero che s'é in vita, vuol dir che l'Altissimo ha ancor progetti su di lui.
Così facendo, prima di quel che credesse, il buon Cavaliere inizia a riscorgere la Luce in mezzo agli alberi rinsecchiti e marci, La segue, e prestamente esce dai pantani per raggiunge la terra ferma e assolata.
Guardandosi indietro scopre che l'Angelo suo Guardiano non l'aveva mai abbandonato. 
Al Sole, il fango ormai secco sotto gli stivali può essere scrollato via, e il Cavalier può rimontar in sella, al galoppo, tra' fiori di Primavera...

Il buio non dura mai più di Tre Giorni. Così dicono i Testimoni e le Profezie.

domenica 29 settembre 2013

MICHELE, IL PRIMO DEI PRINCIPI


Proprio oggi, nella Festa de' Principi Potenti, riportan le cronache che la terra ha tremato al Gargano, Monte Santo dell'Arcangelo. 
L'Archistratega è alla testa dei Tre, e poi dei Sette, e poi al comando delle Schiere Celesti tutte. Poggiò una volta un de' suoi pié al Monte Santo di Francia, e prima ancor l'altro in sul Gargano. Secondo le Scritture Sacre deve tornar per guidarLi alla Finale Battaglia... 
S'Egli avesse poggiato nuovamente un de' suoi piedi...? Allor, se così fosse, poggierà poi l'altro, e giunto pel primo, saran dietro di Lui e sequiteran l'Altri, e poscia le Armate dei Ciel tutte... 
Suggestione, fantasia, o Segni? A ognun le sue conclusioni. Alla Fé la risposta.
Di certo, un Cavalier, trova almeno valido motivo di più Profonda Preghiera e più Attenta Riflessione, per questo giorno. E non manca di lustrar et ingrassar ancor meglio la Spada. 
Ché i Tempi son sanza dubbio Maturi.

domenica 8 settembre 2013

IL CAVALIERE, LA MORTE, IL DIAVOLO


Di fronte a quest'immagine di Mastro Durer, che così bene e profondamente riassume la Via del Cavaliere, mille e mille pensier s'affollano nella mente, dialogan tra loro, ne rincorrono altri, e altri ne suscitano. Risulta allor quasi impossibile fermarli, e metterli per iscritto...
Ma se non ne siam capaci, lasciamo allordunque che sia altri a dire di quest'opera, che certissimamente non possiamo non mostrar quivi, alla Torre; uno che in modo eccelso ha saputo carpirne lo spirito e renderlo in parole, delle quali ne riportiamo una parte, ancorché sarebbero forse da riportar tutte.
Così favella intorno alla bella immagine il Giovanni Cau:

Vi sono la guerra, la preghiera, l'amore, il giuoco e la contemplazione. Tutto il resto, poi, non è che triste fatica.
Un invisibile cerchio, di cui egli è il centro, si sposta sulla Terra mentre il Cavaliere avanza. Cammina in mezzo a un sole riverberato.
Egli ama la morte? Ogni grandezza è costretta ad averla per compagna; infatti come si può essere il primo, il migliore, sì, come si può camminare in testa, senza correre un rischio mortale?
Il Cavaliere è tutto duro di Fede e di certezza. Il suo destriero è quel tranquillo animale che non vacilla davanti alle fiamme rampanti dell'inferno. Il Cavaliere è quel blocco di Fede che non esita a varcare le porte di città abbandonate dagli abitanti, dove troneggia la peste. È duro di una credenza ostinata e quando abbassa la visiera dell'elmo, eccolo che per battersi o per l'assalto, si mura vivo in questa Fede. O vincerà. O perirà senza una parola di rinnegamento nella sua prigione d'acciaio. Quando abbassa la visiera compie un gesto senza ritorno, infatti non la rialzerà che vincitore, per lodare Dio o perché morirà ostinato, nella corazza chiusa.
Il suo Dio è semplicissimo, composto dal Buon Dio dalla Madonna e da Nostro Signore Gesù Cristo. Non vi sono discussioni, non vi sono problemi. Dio esiste, categoricamente. Il diavolo anche. Il sole anche. Tutto è vero.
Lui dice sì, o dice no. Afferma o rifiuta senza senza attorcigliare di commenti quel che dice. Non si può discutere con lui, è troppo semplice. Le parole di lui pronunciano l'Universale e formulano il Tutto. Non sa cavillare, ma vivere nel Vero e morire per testimoniarlo con la sua morte. Il Cavaliere monologa certezze nette.
Mai egli sarà vinto dalla morte, mai si volgerà all'invito del diavolo. Di fronte alla morte e a diavolo, chi non è solo? Ma egli non si è preoccupato affatto di essere seguito. L'eroe che non chiede di essere seguito, non trattiene coloro che l'abbandonano, non si lancia all'inseguimento di chi diserta.
Su tutta la terra, un solo grido: “Siamo folla!” e il repellente colore della somiglianza. Io ho un nome -dice invece il Cavaliere-. Il mio cavallo ha un nome. Il mio cane ha un nome. La mia spada ha un nome. Tutto intorno a me è nominato. Io sono di una razza, di una stirpe, di una terra.
Non ne voglio sapere, o Vescovo, del tuo amore che s'inginocchia e tende la gola. Il mio nemico prima lo vinco, poi lo sollevo e lo amo.

Che altro aggiungere dunque? Vi sarebbe, in effetti, molto altro... 
Ma il Cavaliere che ci sta innanzi non parla né fa alcunché di speciale. È esempio. La sola presenza d'un Cavaliere dev'essere esempio, giacché è scritto: “Voi siete la luce del mondo... Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre buone opere e rendano gloria al Padre” e ancora: “vi ho infatti dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”.
Se sequitiam Quell'Esempio, diventiam adunque noi stessi esempio; e se dietro al Cavalier continuerà a non esser niuno, saremo però spalla a spalla, l'un di fianco e l'altro, e diverremo un Dì, Quell'Ultimo Dì, Invincibile Schiera...
Pel Re dei Re !